BOOKS BY FABRIZIO CRISAFULLI
 


FABRIZIO CRISAFULLI: AUTORITRATTO
Macro Diario 04.12.2018
by Fabrizio Crisafulli
MACRO, Museum of Contemporary Art Rome, 2019 (ITALIAN)

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UN TEATRO APOCALITTICO
La ricerca teatrale di Giuliano Vasilicò negli anni Settanta
di Fabrizio Crisafulli
prefazione di Dacia Maraini
Artdigiland. Dublino, 2017 (ITALIAN)

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LUMIERE ACTIVE
Poétiques de la lumière dans le théâtre contemporain
par fabrizio Crisafulli
préface de Anne Surgers
Artdigiland, Dublin, 2015 (FRENCH)

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ACTIVE LIGHT
Issues of Light in Contemporary Theatre

by Fabrizio Crisafulli
foreword by Dorita Hannah
Dublin: Artdigiland 2013  (ENGLISH)







 

IL TEATRO DEI LUOGHI 
Lo spettacolo generato dalla realtà

by Fabrizio Crisafulli
foreword by Raimondo Guarino
Dublin: Artdigiland 2015  (ITALIAN)





LUCE ATTIVA
Questioni della luce nel teatro contemporaneo

by Fabrizio Crisafulli
foreword by Luca Farulli 
PIsa: Titiviluus 2007  (ITALIAN)




Text of the lectio magistralis held by Crisafulli on the principles and methods of his theatrical work on the occasion of his seventieth birthday, December 4, 2018, at MACRO, Museum of Contemporary Art in Rome.
The booklet can be found at MACRO and Palazzo delle Esposizioni bookstores in Rome.

Testo della lectio magistralis tenuta dal’autore sui principi e i metodi del proprio lavoro teatrale, il 4 dicembre 2018, in occasione del proprio settantesimo compleanno, al MACRO, Museo d’Arte contemporanea di Roma.
Il fascicolo è reperibile presso le librerie del MACRO e del Palazzo delle Esposizioni a Roma.

Giuliano Vasilicò (1936-2015) è stato un protagonista del teatro italiano degli anni Settanta del Novecento, attivo nel particolare contesto delle cosiddette “cantine romane”. Nelle storie del teatro viene fatto spesso appartenere – insieme a Mario Ricci, Giancarlo Nanni, Memè Perlini – al cosiddetto “teatro-immagine”.
Il teatro è stato per Vasilicò un potenziale mezzo di rivelazione, innanzitutto a se stesso, di aspetti nascosti dell’esistenza. Da qui il titolo Un teatro apocalittico, dato che apó-kalýptein vuol dire proprio togliere il velo, scoprire. E dato che l’aggettivo, in accezioni differenti, è facilmente associabile ad uno dei suoi spettacoli più importanti, Le 120 giornate di Sodoma da Sade, con la sua ineffabile presentazione del Male in forma di visioni. Tra i principali contributi del lavoro di Vasilicò vi sono la sua peculiare modalità di costruzione di drammaturgie non narrative e l’idea del corpo scenico; dello spettacolo inteso, cioè, come organismo compatto, nel quale tutti gli elementi espressivi hanno la stessa importanza ed incisività nel determinare il senso del lavoro. Il libro riguarda il periodo più felice e proficuo del percorso di Vasilicò: quello nel quale, dopo uno straordinario Amleto (1971), ha realizzato Le 120 giornate di Sodoma (1972), spettacolo-rivelazione non solo del suo lavoro, ma dell’intero fenomeno delle “cantine romane” e Proust (1976): caso quasi unico, quest’ultimo, di efficace trasposizione sulla scena del mondo umano e poetico dello scrittore francese.






Cet ouvrage revisite, du point de vue des poétiques de la lumière, quelques épisodes importants de la mise en scène théâtrale au XXe siècle, depuis les grands réformateurs des premières décennies jusqu’à divers artistes con- temporains tels que Josef Svoboda, Alwin Nikolais, Robert Wilson. Non pour proposer une histoire plus ou moins organique de la lumière au théâtre, mais pour tenter de préciser, relativement à son utilisation, certaines que- stions fondamentales. S’affranchissant des contextes étroits de la technique et de l’image dans lesquels on tend souvent à les enfermer, les probléma- tiques de la lumière sont examinées ici sous d’autres angles, ceux de la structure spatio-temporelle du spectacle, de la construction dramatique, de la création poétique, de l’action, du rapport avec le performer. Une partie de l’ouvrage est consacrée au travail théâtral de l’auteur. Elle documente le point de vue particulier sur lequel sa réflexion se fonde, point de vue suscité et enrichi par son expérience personnelle de metteur en scène.

Le titre “lumière active” se réfère directement à Adolphe Appia, qui à la fin du XIXe siècle fut parmi les premiers à aborder de manière précise – dans ses écrits comme dans ses créations – la question de la lumière en tant que question artistique du théâtre. Pour Appia la lumière active était la lumière scénique “proprement dite”: une lumière expressive et créatrice de formes, une lumière comme matière poétique et substance dramatique.

 



This book looks at various important events relating to the poetics of light in theatre production in the West in the twentieth century, from the great reformists at the beginning of the century to contemporary artists such as Josef Svoboda, Alwin Nikolais and Robert Wilson. The intention isn’t to outline a somewhat comprehensive history of stage lighting, instead it is an attempt to identify some basic issues concerning its use. Lighting issues are unshackled from the limited contexts of technique and image, where they often end up only to be relegated, and examined in the context of the performance’s space/time structure, poetic and dramatic construction, and the relationship with the performer. A section dedicated to the theatrical work of the author outlines the distinctive point of view behind the book, regarding the creative processes and the operational relationship with technique. The title Active Light is a direct reference to Adolphe Appia who, at the end of the nineteenth century, was one of the first to deal with the issue of light explicitly as an artistic issue in theatre, with his own writings and creations. As far as Appia was concerned lumière active was expressive light, creating shapes, forming poetic matter and dramatic substance.


 

 

L’autore analizza in questo libro caratteri e modalità di quel particolare tipo di ricerca che ha chiamato “teatro dei luoghi”, a oltre vent’anni dalla sua prima formulazione. Un tipo di lavoro nel quale il “luogo” e l’insieme delle relazioni che lo costituiscono vengono assunti come matrice e “testo” della creazione teatrale. Le motivazioni alla base di questa ricerca, il suo riportare l’attenzione sui luoghi, la realtà locale, la prossimità, si sono riaffermate nel corso degli anni per l’accrescersi delle questioni legate allo sviluppo mediatico, alla perdita di contatto della vita quotidiana con i luoghi, e per le criticità che le forme di comunicazione a distanza e i social network creano, accanto a nuove opportunità, sul piano delle relazioni umane e dei modi di sentire lo spazio. Il volume fa definitivamente luce sul fatto che il “teatro dei luoghi”, nell’uso comune a volte inteso (e frainteso) semplicemente come teatro che si svolge fuori dagli edifici teatrali, non è definito dallo spazio dove si fa lo spettacolo, ma dall’idea stessa di “luogo” e dal modo specifico in cui il lavoro si relaziona al sito, in qualsiasi posto si svolga. Chiarendo, attraverso riflessioni ed esempi, le ragioni e le modalità operative di quello che è un modo radicalmente nuovo di fare e concepire il teatro.


 

 


Il libro rilegge, dal punto di vista delle poetiche della luce, alcune importanti vicende della messinscena teatrale occidentale del Novecento, dai grandi riformatori di inizio secolo fino ad artisti contemporanei quali Josef Svoboda, Alwin Nikolais, Robert Wilson. Non per delineare una storia in qualche misura organica della luce teatrale, ma per tentare di individuare, riguardo al suo uso, delle questioni di base. Le problematiche della luce vengono liberate dai contesti circoscritti della tecnica e dell’immagine nei quali restrittivamente finiscono spesso per venir relegate, ed indagate in ambiti come quelli della struttura spazio-temporale dello spettacolo, della costruzione drammatica, della creazione poetica, dell’azione, del rapporto con il performer. Una parte dedicata al lavoro teatrale dell’autore documenta il punto di vista peculiare che sta alla base del volume, interno ai processi creativi e al rapporto operativo con la tecnica. 
Il titolo “luce attiva” è un riferimento diretto ad Adolphe Appia, che alla fine dell’Ottocento fu tra i primi ad affrontare in maniera precisa – con i propri scritti e con le proprie creazioni – la questione della luce quale questione artistica del teatro. Per Appia lumière active era la luce scenica “propriamente detta”: luce espressiva e creatrice di forme; luce come materia poetica e sostanza drammatica.